martedì 25 novembre 2008


[...] La bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un'auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un'unica vettura. Per portare quarantamila persone al di là di un ponte in un'ora, ci vogliono dodici [corsie] se si ricorre alle automobili e solo due se le quarantamila persone vanno pedalando in bicicletta.

Il cuscinetto a sfere aprì una vera e propria crisi, un'autentica scelta politica: creò la possibilità di optare tra una maggiore libertà nell'equità e una maggiore velocità. [...] La bicicletta elevò l'automobilità dell'uomo a un nuovo ordine, oltre il quale è teoricamente impossibile progredire; al contrario, la capsula individuale di accelerazione fece sì che le società si dedicassero a un rituale di velocità progressivamente paralizzante.

L'impiego esclusivamente rituale di un congegno potenzialmente dotato di utilità non è certo un fatto nuovo. Migliaia di anni fa la ruota liberò dal suo fardello lo schiavo portatore, ma solo sul continente euroasiatico; in Messico la ruota si conosceva, ma non veniva mai adibita al trasporto: serviva esclusivamente alla costruzione di carrozze per delle divinità-giocattolo. Il tabù per le carriole vigente nell'America anteriore a Cortés non è più strano del tabù per le biciclette nel traffico d'oggi.



tratto da Ivan Illich,
Elogio della Bicicletta, Bollati Boringhieri 2008.


Critical Mass Italia






martedì 11 novembre 2008

Indignàti a Bologna, narcotizzàti in Italia


L'importanza dell'indignazione, che è un sentimento troppe volte sfocato per l'obiettivo dei media [1] delinea i confini di un problema urgente di questo Paese. E uso la maiuscola per intendere soprattutto l'Italia intera, proprio per non limitarne la fonte alla sola città di Bologna.

Se non sbaglio, l'indignazione si prova di fronte a fatti che danneggiano i diritti di qualcuno, o le sue possibilità espressive vengono mutilate o compromesse, tanto da offendere la dignità della persona. Si prova indignazione anche quando ad essere offeso è anche lo stato di diritto in generale, quando qualcuno si macchia di un crimine: in questo caso, non è solo il singolo provarla, ma tutta la comunità viene chiamata a reagire all'offesa.

Mai come in questi anni ho visto il nostro Paese segnato da una serie di angherìe, di soprusi, di delitti contro la Sua dignità. Eppure la nostra storia è martoriata da esperienze del genere. Voglio ricordare Moro, la strage di Bologna, e quegli anni di piombo; il caso Ustica, ma anche
gli omicidi mafiosi di Falcone e Borsellino. Lo Stato "si costerna, s'indigna, s'impegna - poi getta la spugna con gran dignità!" mi ricorda Don Raffaè, in duetto col
Bombarolo. In assenza di eventi così tragici, pare che la storia voglia dirci di non esagerare, e che in fondo non è niente, in confronto. Ma a dispetto della spettacolarità di tragedie simili, questi anni stanno passando attraverso un tunnel molto buio, in cui, mancando generatori altrettanto eclatanti di sdegno e preoccupazione, l'opinione pubblica risulta essere sorda a questioni banali che banalmente ci privano della nostra dignità: processo Sme e lodo Maccanico, lodo Alfano... leggi ad personam atte a difendere gli interessi di pochi quando non di un solo individuo, imputazioni di associazione mafiosa e corruzione, associazione massonica con fascisti (Licio Gelli) e mafiosi (Marcello Dell'Utri), questo "solo e semplicemente" a carico dell'attuale Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, capace di minacciare gli studenti che manifestavano col ricorso alla violenza delle forze dell'ordine (chiunque abbia ritenuto le parole del premier un sensato avvertimento per i pochi facinorosi non sa leggere le intenzioni né i toni della minaccia, e soprattutto non ricorda i fatti di Genova: non vede la premeditazione del disegno) prontamente smentite ventiquattr'ore dopo; censura mediante querele onerosissime per artisti del calibro di Daniele Luttazzi, e a tergo l'impunità del conflitto di interesse generato dal possesso di tre reti televisive; migliaia di euro come sovvenzione statale per chi passava al digitale terrestre (e quale monopolio? Libertà di informazione?), e tagli alla scuola: questi sì, fatti passare come un male necessario[2].

Questi fatti sono niente, in confronto all'omicidio. Cos'è questo? Cinismo? Mancato senso della misura? Ogni volta che qualcuno viene limitato nell'espressione della propria libertà viene ucciso, e gli viene tolta dignità. L'atto consapevole di organizzare il consenso, di manipolare idee e bisogni della gente, priva la comunità del libero sviluppo delle proprie facoltà materiali e spirituali. Ed è attraverso leggi che garantiscono l'impunità di alcuni (laggiù in parlamento) mentre altre ledono i diritti alla convivialità, al confronto, all'esercizio del pensiero critico (qui per strada), che si stanno commettendo reati contro la nostra dignità, meno spettacolari del crollo di un grattacielo, forse, ma che pur sempre ci indignano. E
devono farlo.


Mi viene detto di lasciar perdere, di arrendermi al pessimismo storico ogniqualvolta annuncio pubblicamente la mia intenzione di fare l'insegante: "sono un branco d'imbecilli", i ragazzi di oggi, "facce ebeti difronte alla playstation". Non riuscivo a dar torto a queste parole mentre ieri sera guardavo l'ultima puntata di Matrix, dedicata alla satira. Le facce dei ragazzi dietro l'accomodante figura di Mentana erano quelle di una generazione stanca ma inconsapevole, attiva per inerzia e stereotipata nel midollo, che dopo l'esilarante imitazione di Sabina Guzzanti non riusciva neppure a ridere di gusto, con lo spirito di chi naturalmente si diverte davanti a una cosa divertente. Perché?
1) Siamo talmente assuefatti a un genere di comicità da essere capaci di ricalcare sempre e solo le stesse battute? 2) L'inquisizione contro la satira di qualche anno fa ha avuto un tale effetto sul giudizio di gusto dei ragazzi da lasciarlo mortificato e schivo nei confronti di chi come Sabina viene vista come una militante di sinistra, prima di essere giudicata per le sue doti artistiche? Perché prima ancora di essere satirica, quella parodia era soprattutto comica. Con indolenza, i giovani spettatori di Mentana s'indispettiscono perché devono assistere all'ennesimo attacco al "perseguitato politico", al loro beniamino, martire e vittima delle toghe rosse. Al quale non servono avvocati ben pagati per essere difeso: basta questa schiera di morti viventi.

Sì, l'indignazione può - anzi deve - arrivare anche a questo.





[1] L'indignazione è un sentimento troppo complesso per essere adeguatamente affrontato dallo strumento di informazione più utilizzato in questo paese: la televisione. La quale preferisce lo scandaloso, il grottesco, il divertente e i sentimenti che producono.

[2] Un ragazzo, qualche sera fa, mi ha chiesto cosa ne pensavo delle manifestazioni studentesche e quindi della riforma Gelmini: quando gli ricordavo delle sovvenzioni per il digitale terrestre, mi ha risposto "E' successo tanti anni fa"; e suggerire di risparmiare gli ottomila insegnanti, tagliando gli stipendi ai parlamentari più ricchi e numerosi d'Europa gli sembrava "un'ingiustizia nei loro confronti". Anche debole in aritmetica.

Poco dopo ho scoperto che quel ragazzo è figlio di uno dei maggiori produttori di formaggio della Basilicata.

sabato 1 novembre 2008

Studium contra Imperium

Paragonare queste manifestazioni ai movimenti studenteschi del sessantotto è molto facile. Ma c'è bisogno di alcune precisazioni. Intanto c'è da distinguere il maggio parigino dalla sua sbiadita imitazione italiana. Scommetto che la cosa farà montare su tutte le furie i protagonisti di quei movimenti. Ma sono sicuro che gli stessi riconosceranno lo scarto tra quello che avrebbero voluto realizzare e quello che è stata effettivamente la scuola finora.
Gli esiti furono diversi: il risultato delle lotte nelle facoltà italiane fu anche negativo, se oggi confondiamo il diritto allo studio con la garanzia di una promozione, col famoso sei politico per tutti. E' evidente che la qualità della didattica, la libertà degli insegnanti da qualsiasi costrizione ideologica, la meritocrazia e le intenzioni che animavano gli studenti "sessantottini" sono tutt'altra cosa.

Come mai il sistema scolastico francese arrivò al collasso?

E' una storia lunga. Risale più o meno alla metà dell'ottocento. Napoleone III (uno dei protagonisti della Restaurazione) temeva l'autonomia degli atenei francesi: decise quindi di ridurre al minimo il loro grado di libertà, smantellando biblioteche, riducendo gli aiuti di stato e ostacolando i rapporti tra le facoltà. Questo perché l'imperatore era ben consapevole dei pericoli che l'istruzione, la cultura e la coltivazione di menti libere rappresentano per il potere costituito.
La qualità dell'istruzione dipendeva ormai esclusivamente da singoli professori, uomini eccellenti, che non si arresero davanti alle difficoltà strutturali.

In Germania, lo stesso dispotismo di Napoleone III non fu permesso: di fronte a provvedimenti simili presi dal potere centrale, un gruppo di docenti universitari (in seguito famosi con l'espressione di Göttinger Sieben, i "sette di Gottinga") si coalizzò per difendere l'autonomia dell'Università tedesca. Tra di loro c'erano pure i fratelli Grimm[1]. In uno Stato libero, infatti, lo studium deve essere indipendente dall'imperium.

Quello che sta accadendo adesso con l'ultima riforma targata centro-destra è il risultato dello smantellamento del sistema scolastico italiano. La riforma Moratti ha inaugurato la parcellizzazione dell'Università in centinaia di corsi ridicoli (nei quali spesso il numero degli alunni è inferiore a quello dei docenti) e adesso la Gelmini si autoproclama campionessa di economia bocciandoli in quanto inutili sprechi: la prima ha creato i cocci, la seconda passa col la scopa. La Destra continua a dirsi salvatrice della scuola e della meritocrazia, contro ogni "sei politico" della Sinistra. Ma la realtà è che ogni potere costituito teme il pensiero critico che si sviluppa in un sistema di Università libere.

La situazione attuale sembra quindi molto più simile a quella della Francia di Napoleone III che a quella del 1968. Dovremmo riporre le nostre speranze in uomini eccezionali, maestri eccellenti e pedagogi dalle rare doti comunicative. Ma prima o poi questo sistema sarà destinato a collassare: lo Studium cercherà di riguadagnare la sua autonomia dall'Imperium. Per ora, c'è solo la brutta sensazione che qualcosa non vada come dovrebbe andare.




[1] Traggo queste informazioni dalla illuminante Storia dell'Ermeneutica di Georges Gusdorf. Potete trovare di più sui Göttinger Sieben su Wikipedia, ma (guarda un po'!) non in italiano.